E' strano. Ogni volta che vengo privato di qualcosa che ritenevo mio, seppure privo di importanza, o sebbene gli avessi dato poco peso in precedenza, nella mia testa quel qualcosa viene sostituito da un forte senso di malessere, dieci, mille volte maggiore rispetto a quello che credevo essere il suo valore.
Come un bambino a cui è stato rubato il giocattolo di mano, mi cresce dentro, lenta ma inesorabile, una rabbia irrazionale, che, non trovando una scappatoia dall'animo attraverso le lacrime, si accumula nella mia testa e mi porta a riflessioni che fino a ieri non credevo che avrei fatto.
Si tratta di un atteggiamento egoistico, di "bambinate", ma non sopporto il peso dei rimpianti, il non aver goduto fino in fondo di ciò che poteva esser mio per aver commesso l'errore fatale di averlo dato per scontato,di aver giocato al gatto col topo fintanto che il topo non è sparito per sempre.
Un piccolo monito che viene dal passato:
Tu ne quaesieris, scire nefas, quem mihi, quem tibi
finem di dederint, Leuconoe, nec Babylonios
temptaris numeros. Ut melius, quidquid erit, pati,
seu plures hiemes, seu tribuit Iuppiter ultimam,
quae nunc oppositis debilitat pumicibus mare
Tyrrhenum: sapias, vina liques, et spatio brevi
spem longam reseces. Dum loquimur, fugerit invida
aetas: CARPE DIEM, quam minimum credula postero.
Non domandarti – non è giusto saperlo – a me, a te
quale sorte abbian dato gli dèi, e non chiederlo agli astri,
o Leuconoe; al meglio sopporta quel che sarà:
se molti inverni Giove ancor ti conceda
o ultimo questo che contro gli scogli fiacca le onde
del mare Tirreno. Sii saggia, mesci il vino
– breve è la vita – rinuncia a speranze lontane. Parliamo
e il tempo geloso vola: carpe diem, non pensare a domani.
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